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Vi annuncio che questo blog è attualmente in fase di ristrutturazione.
Al momento non c’è ancora una data precisa per la sua riapertura ma posso dirvi che tornerò presto, prestissimo, con rinnovato entusiasmo e tante cose da raccontare.

Un saluto a tutti,

Andrea Tosini

C’è poco da fare. Quella attuale è l’epoca del live, come si usa dire oggi. Le notizie girano in tempo reale, aiutate in questo dal diffondersi a macchia d’olio delle nuove tecnologie.
Vogliamo sapere il risultato della nostra squadra del cuore e non abbiamo potuto vedere la partita in tv? Poco male, l’informazione che ci serve arriverà direttamente sul nostro cellulare, in diretta, con tutto quello che occorre sapere.
Un politico rilascia delle dichiarazioni? Le sue parole sono immediatamente catturate dalla televisione e in poche ore, se non minuti, esse sono disponibili al grande pubblico.
Una volta tutto questo non era possibile. Fino a neanche tanto tempo fa il protagonista indiscusso dell’informazione era lui, il buon vecchio giornale, quel quotidiano grande, avvolgente, che aprendolo sprigionava quell’inconfondibile aroma di carta stampata.
Certo, i giornali cartacei esistono ancora, ma non sono più quelli di una volta. A cambiare non è stata tanto la carta o gli inchiostri (oggi la maggior parte dei giornali è a colori ma questo non modifica la sostanza del discorso) quanto il ruolo svolto dal giornale e con esso i suoi contenuti.
Qualche mese fa, mentre riordinavo una cantina nella quale nessuno metteva mano da svariati anni, mi è capitato di imbattermi in una pila di quotidiani risalenti agli anni Settanta.
Nella mia pur breve esperienza di aspirante giornalista mi è stato possibile, con estrema immediatezza, tracciare un parallelo sul modo di scrivere di due epoche differenti.
I giornali di una volta non avevano bisogno di urlare i titoli, potevano permettersi di spaziare quasi senza limiti nei temi a loro più cari e coinvolgere il lettore in maniera attiva e profonda.
Oggi non sembra essere più così. Il giornale, il più delle volte, sta all’informazione come il fast-food sta all’alimentazione. Si dice che il lettore contemporanei, preso dal vortice degli impegni, non abbia più il tempo di dedicarsi alla lettura. Come dicono certi esperti di comunicazione è molto meglio somministrare al pubblico notizie in pillole, inserite in asettiche capsule cartacee e opportunamente impaginate in un giornale free press che il lettore pendolare, ancora immerso nel dormiveglia, troverà comodamente nel sottopassaggio della stazione.
L’interrogativo sorge ora: è possibile che i lettori non chiedano più approfondimenti? Le letture di qualità sono ad uso e consumo esclusivo di certe schiere di intellettuali o aspiranti tali?
Io personalmente non lo credo. Sono quasi dell’idea che i media oggi manchino profondamente di stima e rispetto nella maggioranza dei lettori.
I media hanno un grande potere, e questo è evidente. Ma ogni potere deve essere usato nel modo giusto e deve sempre accompagnarsi alla responsabilità.

I giornali di oggi, cartacei ma anche online, si trovano davanti a un bivio: inseguire il modello televisivo oppure cercare una strada diversa, provando a recuperare quell’autorevolezza tipica dei giornali di un tempo. Tre sono gli aspetti che secondo me i giornali dovrebbero curare meglio. Il primo è l’originalità, occorrono contenuti nuovi, diversi da quelli che si possono trovare live nel mare magnum del web o nel giornale gratuito della fermata dell’autobus. Il secondo è, come detto poco sopra, l’autorevolezza. L’odierna epoca del live – che, si badi bene, non è un male di per sé – si accompagna però, in molti casi, all’abuso del copia e incolla. Servono contenuti nuovi, frutto di pazienti e innovative ricerche, che possano creare col tempo un prodotto di qualità, conosciuto e apprezzato dal pubblico.Si arriva poi al terzo ed ultimo aspetto, quello della riflessione. Io penso che tra molti lettori vi sia una grande domanda diriflessione. Di banalità ce n’è fin troppa, in ogni luogo. Occorrono più spunti interessanti, che portino a contenuti destinati a non morire nel giro di poche ore dalla pubblicazione. Il giornale dovrebbe quindi porsi come luogo privilegiato per la riflessione e la discussione, aprendosi ai contributi sia di personaggi affermati che di nuove leve volenterose.
Solo così i lettori potranno nuovamente affezionarsi al giornale trovando in esso un valido e sicuro punto di riferimento.

Andrea Tosini

Pensateci un attimo: avete un urgente bisogno di prendere appunti, che cosa utilizzate? Un computer? Troppo scomodo, non sempre è disponibile e poi magari bisogna prima accenderlo con conseguente perdita di tempo. Un nuovo fiammante iPhone con la sua bella tastiera touch? Certamente più pratico di un pc ma vuoi vedere che quegli appunti rimarranno confinati nella memoria interna del vostro aggeggio elettronico…

Alla fine è molto probabile che ricorriate al caro vecchio bloc-notes accompagnato dall’intramontabile matita di legno (o da un portamine).Perché? Il motivo è molto semplice, l’ispirazione quando entra nella nostra mente ha una vita brevissima, dura un istante, è per sua natura sfuggente. Allora non c’è nulla di meglio dell’accoppiata bloc-notes e matita, vincente anche in tempi in cui la tecnologia avanza travolgente.

Come si dice in questi casi, carpe diem. Un armonioso segno di grafite sulla ruvida carta ed ecco che la nostra ispirazione e le nostre idee trovano un rifugio sicuro.

Per carità, lungi da me ogni intenzione di luddismo antitecnologico. Amo la tecnologia e ritengo che la sua avanzata si farà sempre più imponente. Semplicemente, era mia intenzione evidenziare la praticità che carta e matita riescono ancora oggi ad avere. Il contatto fisico e diretto con la matita e con la carta è qualcosa al quale non riesco a rinunciare e lo stesso discorso si potrebbe fare per le foto, ormai fatte esclusivamente con le fotocamere digitale. E’ comodo averle sul pc, ma è solo nel momento in cui vengono stampate su carta che si trasformano in un autentico ricordo.

Ah… e se proprio volete trovare il giusto compromesso tra tradizione e modernità, questo bloc-notes è quello che fa per voi. Simpatico, no?

Andrea Tosini

Santiago Calatrava e le sfide architettoniche nella Roma del XXI secolo. Tra passato, presente e futuro.

Milwaukee Art Museum

Il Milwaukee Art Museum di Santiago Calatrava. Foto di Flipped Out (Flickr)

Ogni cosa lascia una traccia del suo passaggio nel tempo. Come gli strati del terreno raccontano la storia di un luogo e i cerchi di un tronco ci parlano della vita di un albero così anche l’architettura testimonia il passaggio di una società lungo il corso dei secoli.
Diamo per vera questa ipotesi e chiediamoci quali possono essere le sue implicazioni. E’ evidente che un architetto del ventunesimo secolo dovrebbe avere, come prima preoccupazione, quella di inserirsi nella maniera più appropriata e con meno traumi possibili nel tessuto urbanistico e architettonico urbano, tanto più se si parla della città di Roma, esempio unico al mondo di intrecci storici protrattisi per millenni.

A questo punto qualche lettore potrebbe storcere il naso a sentire parlare di architettura contemporanea accostata alla monumentale architettura romana ma a rassicurare gli animi ci pensa  Santiago Calatrava, celebre architetto e ingegnere spagnolo noto in tutto il mondo per le sue avveniristiche realizzazioni.
“A Roma sono molteplici gli esempi di architetture di epoche diverse che convivono in perfetta armonia – spiega Calatrava – basti pensare alle case medievali, tuttora abitare, costruite all’interno del Teatro di Marcello oppure, in tempi a noi più vicini, si può citare l’Aula Paolo VI di Pier Luigi Nervi realizzata in cemento sotto la cinquecentesca cupola del Michelangelo”.
Già, perchè secondo l’architetto valenciano gli stili si affiancano continuamente ed è proprio la Città Eterna ad offrirne la miglior dimostrazione. In questo caso Calatrava cita l’esempio del Campidoglio, vero mélange di stile classico, romanico e rinascimentale con la presenza di un accenno di barocco.
Ecco quindi che anche lo stile contemporaneo può trovare il suo spazio in questa complessa trama di stili che si snoda lungo la linea del tempo.
Naturalmente è opportuno adottare i dovuti accorgimenti, la scelta dei materiali in primis, ma è anche il caso di ricordare che la storia dell’architettura è costellata di numerosi contrasti risolti poi dal tempo perchè non bisogna mai dimenticare che ogni epoca adotta il suo linguaggio e un confronto tra stili diversi è quanto di più fuorviante possa esserci nel giudicare un’opera.

Come detto in precedenza, è quindi l’armonia la chiave per capire l’impatto di uno stile architettonico.
Un’armonia che in primo luogo si deve stabilire con la natura affinché non prevalga mai quel senso di oppressione tipico di molta architettura del secolo scorso. Qui Calatrava parla del suo progetto di Tor Vergata, ispirato agli ampi spazi di Villa Adriana a Tivoli, in cui la natura, nonostante la “restaurazione artificiale” di cui è oggetto, mantiene comunque il ruolo di protagonista.
Ma una buona architettura deve anche avere come obiettivo principale il rapporto con l’uomo. Perché la nostra vita è immersa nell’architettura e in essa viviamo le nostre emozioni quotidiane, quasi senza rendercene conto.
Il vero impegno in questo senso sta quindi in un continuo esercizio di scelta del linguaggio più adatto che si ricava dalla pittura, dalla scultura, dall’ingegneria e dalle innumerevoli forme espressive dell’umano.

Andrea Tosini

Fino al 2025 ogni abitante torinese sarà chiamato a dare il proprio contributo alla realizzazione del primo “museo libero” in Italia.

di Andrea Tosini

Realizzare un museo cittadino che racconti e documenti dodicimila anni di storia. A prima vista sembrerebbe un’impresa titanica ma la città di Torino ha voluto raccogliere la sfida affidando questo compito ai propri cittadini.

Sì, perché il progetto che porterà alla realizzazione del Museo Torino è aperto a tutti gli abitanti del capoluogo piemontese.In quella che può essere paragonata ad una sorta di grande Wikipedia in chiave cittadina, ogni abitante può fornire un proprio contributo (oggetto, documenti, storia, aneddoti, ecc.) che andrà a comporre un grande museo virtuale che verrà completato nel 2025 e che sarà liberamente accessibile a tutti sul sito www.museotorino.it.Un’apposita commissione scientifica valuterà la rispondenza dei singoli contributi al progetto generale.

La Mole Antonelliana di Torino

Il Museo Torino sarà dunque un cantiere aperto per i prossimi quindici anni. Alcuni progetti sono già oggi in via di realizzazione e tra essi si segnalano quelli sulle scuole torinesi e sui luoghi simbolo della moda, della cultura e della ricerca nella prima capitale dell’Italia unita.Altri spunti verranno forniti dagli enti curatori del progetto e vedranno in prima fila le diverse associazioni culturali che hanno stipulato accordi di cooperazione con il Comune di Torino relativamente a questo progetto.

L’apertura definitiva, come già detto, è prevista per il 2025 ma un’anteprima sarà disponibile tra meno di un anno quando il 17 marzo 2011 – giorno del 150° anniversario dell’Unità d’Italia – sarà presentato al pubblico un allestimento multimediale tridimensionale all’interno di Palazzo Madama. Grazie a questa realizzazione il visitatore potrà rivivere nell’arco di pochi minuti la lunga evoluzione che ha visto Torino come protagonista, dall’epoca romana fino ai nostri giorni passando per i secoli del Medioevo e l’avvento dell’industria.

L’idea dei “musei liberi” non è una novità assoluta a livello internazionale. Parigi e Vienna si sono già mosse da alcuni anni in questa direzione ma la peculiarità del progetto torinese sta nel puntare dichiaratamente ad un risultato di eccellenza e di alta qualità.Un progetto che vuole dimostrare come la salvaguardia dei luoghi e delle memorie di ogni città sia un compito che spetta in prima persona ad ogni suo abitante.

Il Santuario della Beata Vergine Maria del Poggetto (comunemente chiamato “il Poggetto”) si trova poco fuori la frazione di Sant’Egidio nel territorio del Comune di Ferrara a circa 10 km dal centro della città estense.
Esso è situato in cima ad una collinetta (poggetto, appunto) in mezzo al terreno completamente pianeggiante che la circonda.

Il Santuario del Poggetto e il campanile.

La prima citazione del santuario in un documento scritto risale al 1317 ma si ritiene che già a partire dal XI secolo il luogo fosse meta di pellegrinaggi, probabilmente da parte di contadini delle zone limitrofe che trovavano in cima al poggetto un luogo sicuro per ripararsi dalle frequenti inondazioni, tutt’altro che rare a quell’epoca.
Altre testimonianze scritte dei periodi successivi (in particolare del XVII secolo) ribadiscono l’importanza religiosa del luogo.
Nel 1894 la chiesa viene ampliata e la facciata è interamente ricostruita. All’interno si trovano alcune opere importanti, tra le quali spicca un quadro della Madonna con il Bambino attribuito al Bastianino
Il campanile, posto a pochi metri dalla chiesa, è opera più recente essendo stato innalzato soltanto nel 1933.
Nel 1945 un incendio appiccato alla chiesa e alle case circostanti da alcuni soldati tedeschi in ritirata danneggiò il patrimonio artistico del luogo. In particolare venne distrutta l’icona di terracotta della Madonna, l’oggetto da cui ebbe origine la devozione al luogo. Il quadro del Bastianino riuscì invece ad essere tratto in salvo.

Intorno al santuario un parco con prati ben tenuti e vialetti alberati rende il luogo un’oasi di pace e tranquillità. Da segnalare inoltre, lungo i sentieri che circondano la chiesa, quindici capitelli raffiguranti gli altrettanti misteri del Rosario.
Immerso nel verde della tranquilla campagna ferrarese il Poggetto è spesso la cornice ideale per la celebrazione di matrimoni.
Ogni anno, a maggio, l’area è animata da un evento (il “Maggio al Poggetto”) a carattere gastronomico e musicale più altre attività rivolte soprattutto ai più piccoli.

Andrea Tosini

Per vedere il Santuario su Google Maps cliccate qui

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